Recensione Macbook Pro 13 TouchBar




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Macbook Pro 13 con TouchBar è una vera versione compatta del modello da 15 pollici. Rispetto alla configurazione senza TouchBar, quella con tasti funzione, ha un hardware più potente e più completo, un sistema più evoluto per lo smaltimento del calore e pressappoco la stessa autonomia. Costa 350 euro in più, è vero, ma è la macchina che vi consiglio se avete l’obiettivo di aggiornare il vostro vecchio modello. Se dovete fare la spesa, fatela per questa versione.

Al di là della TouchBar e del Touch ID, c’è un equilibrio imprevisto in questo portatile. La CPU Core i5-6267U Skylake da 28 watt ha circa un 10% di prestazioni in più sulla 15 watt dell’altro, ma proprio perché può consumare di più può anche girare alle massime prestazioni per tutto il tempo necessario, con un vantaggio nelle operazioni lunghe e impegnative (esempio: il rendering di un video o l’applicazione di un filtro ad un catalogo di foto RAW) non trascurabile. Lo stesso vale per la GPU Iris 550; cambia poco dalla Iris 540 (200 MHz in più, stesse 48 EU e eDRAM da 64 MB – che poi è il grosso vantaggio rispetto alle GPU integrate degli anni passati) ma una ventolina dedicata la fa gestire meglio.

Nei risultati dei risultati dei benchmark nella tabella poco sotto entrano in gioco anche la RAM LPDDR3 più veloce (da 2133 MHz) e la SSD di taglio superiore (il test è fatto con un modulo da 512 GB, più svelto in scrittura proprio perché più grande) ma è proprio questa libertà energetica, questo poter consumare il doppio attivando le 2 ventole quando serve, quel che dà la spinta in più. Insomma se Macbook Pro 13 base può essere considerato “il nuovo Macbook Air” – vedi recensione, il TouchBar si avvicina all’idea di Macbook Pro completata poi, in tutto e per tutto, dal 15 pollici.

Benchmark Macbook Pro 13 TouchBar

Macbook Pro 13
i5-6360U/8/256
Macbook Pro 13 TouchBar
i5-6267U/8/512
GeekBench 3 64-bit 3505/7076 3490/7410
Cinebench R15 35.75/315 36.18/313
GFXBench Metal Man: 1387/4846
T-Rex: 3037/9367
ALU2: 898/10792
Man: 4353/5025
T-Rex: 6461/10142
ALU2: 3584/12642
Novabench
RAM/CPU/GPU/HW
699
176/410/55/58
748
177/446/61/64
QuickBench SSD MB/s 2914/1477 2949/2298

E questo per le considerazioni banali, quasi scontate, che era facile immaginare ipotizzando i vantaggi di una implementazione dedicata hw + sw in stile Apple e leggendo la scheda tecnica. La sorpresa è stata vedere autonomia, temperature e rumorosità su livelli massimi.

La struttura interna di Macbook Pro 13 TouchBar è una versione ridotta di quella del 15, molto diversa dal modello base non solo per le due ventole ma anche nella posizione degli altoparlanti, nel posizionamento della batteria, nello spazio necessario a Touch ID + TouchBar + chip T1 di controllo + 2° controller Alphine Ridge per le porte Thunderbolt 3 aggiuntive. Probabilmente è anche per questi motivi che la batteria è diventata più piccola, meno capiente: 49.2 Wh contro 54.5 Wh.

Macbook Pro 13 base (sinistra) e Macbook Pro 13 con TouchBar. Fonte: ifixit

Le due ventoline sono indipendenti, e si attivano alla loro velocità massima quando la CPU supera i 90°C. In una conversione HandBrake di 26 minuti, si vede quella sulla CPU partire sui 1700 rpm, passare a 2000 rpm dopo 15 minuti e toccare i 3400 rpm su entrambe solo a fine lavoro, quando la CPU ha raggiunto il picco di 93°C su core. Con una “botta” di pochi secondi, si torna nella zona di comfort degli 88°C. È un comportamento che produce rumorosità per istanti, mai fastidiosa perché a bassi giri, senza sibili o variazioni improvvise come succede nelle configurazioni mono-ventola (un esempio è lo stesso Macbook Pro 13 base con i suoi 7000 rpm a pieno regime).

È un comportamento che rende il portatile una macchina discreta, a sangue freddo per la maggior parte del tempo, con una massima a contato nella zona tastiera di 42°C, pochissimo. Di fatto, nell’uso leggero di tutti i giorni, i software di controllo leggono ventole spente, disattivate.

Non è ancora tutto. L’ottimizzazione software di Apple ha permesso di limitare i compromessi di una batteria piccola. Macbook Pro 13 TouchBar si comporta come il modello base, quello da 15 watt, quando è alle prese con carichi leggeri. In contesti giornalieri, su web, social, riproduzione multimediale locale e in streaming, ci sono pochissime differenze tra i due. La CPU è ancora una “serie U” e gestisce situazioni no-stress con un wattaggio che permette le 10 ore di uso continuo quando si utilizzano i software di sistema. Passare a Chrome, VLC o Premiere Pro anziché usare Safari, iTunes o Final Cut cambia parecchio i consumi, il carico e quindi l’autonomia, ma possiamo dire che Macbook Pro rende quanto un Air, se usato da Air.

La vera differenza si ha sotto torchio, quando i 28 watt della sola CPU richiedono energia alla batteria. Allora sì che l’autonomia passa dalle quasi tre ore del modello senza TouchBar, all’ora e mezza scarsa di questo. È poco per un 13 pollici da viaggio, ma è proprio quello che ci si aspetta leggendo i numeri. L’alimentatore resta un 61 watt. Questa generazione ha perso il MagSafe e non ha il cavo prolunga incluso nella confezione. La ricarica via USB-C è possibile da ogni porta, e impiega 42 minuti per portare il Mac al 56%. Visto il consumo massimo della macchina, c’è potenza a sufficienza per caricare la batteria quando il portatile è in uso; conviene collegarlo all’alimentazione quando si lancia un rendering impegnativo.

Autonomia Macbook Pro 13 TouchBar

Macbook Pro 13
Consumo orario / Durata
Macbook Pro 13 TouchBar
Consumo orario / Durata
Internet work e Social
Safari 4-6 tab / Skype / App Twitter
9.3% / 10.7 h 7.5% / 13.3 h
Conversione HandBrake
H.264/H.265 10-bit mp4/m4v
39% / 2.7 h 72% / 1.4 h
Netflix HD 14% / 7.1 h 16% / 6.2 h

*: display e audio al 50%. Luce tastiera su bassi livelli.

Questo per chiarire che, se da una parte TouchBar e Touch ID motivano una spesa extra (sopratutto quando si ha la possibilità di vedere dal vivo le macchine, di andare in Apple Store), un Macbook Pro 13 così fornito ha senso come macchina da lavoro più impegnata. Non ha problemi hardware, sfrutta una delle migliori implementazioni Skylake della categoria e conferma l’idea di integrazione/simbiosi tra hardware e software ridotta negli ultimi Mac e adesso di nuovo alla base di queste macchine di lusso.

Anche perché, in tutto il resto, Macbook Pro 13 TouchBar resta un portatile di fascia alta con display, qualità costruttiva, materiali, touchpad e tastiera al top della categoria. Non ci sono differenze tra i pannelli delle due versioni da 13 pollici; cambia appena la distribuzione della luminosità ma di quel tanto che si può far rientrare nella varietà del processo produttivo. La calibratura di fabbrica è ottima (forse un po’ troppo chiusa sulle ombre, a favore di un display più contrastato, meno slavato) e c’è un trattamento anti-riflesso che rende accettabile l’uso in esterna. Lavorare a schermo intero con i menù sulla TouchBar permette una resa impossibile su altri 13 pollici e rende al meglio l’idea delle intenzioni di produttività volute da Apple. Sul 15 pollici, a densità massima, l’effetto è impressionante.

​La TouchBar del MacBook Pro 13 di fine 2016 è un pannello OLED da 2170 x 60 pixel progettato (ovvero, preparato) per una visione a 45° rispetto alla tastiera. Guardato davanti al display, è un monitor che brilla, ma anche di lato o sul fianco non ha problemi perché ha un trattamento quasi opaco. La TouchBar ha la stessa finitura della tastiera, e dà quella sensazione al tocco. Non ha feedback tattile ed è appena più incassata rispetto ai tasti quindi è facile da identificare. Non permette di regolare la sua intensità, ma diminuisce la luminosità dopo 60 secondi di inattività e si spegne dopo altri 15. Sono parametri fissi.

Nell’uso di tutti i giorni è comoda e piacevole perché migliora il gusto estetico di tutto il portatile (riempie lo spazio tra schermo e tastiera e, in qualche modo, soprattuto quando riproduce grafica a colori, lo fa sembrare più vicino alle mani) e perché basta uno sfioramento per attivarla. Con gli slider, ad esempio, non serve alzare il dito per agire nella regolazione; una volta premuta una cerca icona basta fare uno swipe a destra o a sinistra per interagire. Le personalizzazioni riguardano la zona di destra, quella di “Controllo”, poco prima del Touch ID. È da 608 pixel con 3 icone + Siri. Dal menù Tastiera di Preferenze si cambia la predisposizione e si mescolano le icone; è anche possibile fare in modo che si avvii in modalità espansa, e invertire il comportamento del tasto Fn.

Questo per le basi. La zona centrale da 1370 pixel è dedicata alle app, con i restanti 128 pixel all’estrema sinistra vincolati ai pulsanti di sistema: Esc, Done, Canc e via dicendo. È difficile spiegare il comportamento della TouchBar con le diverse app perché il suo contenuto cambia con l’applicazione, con il menù, con la selezione, con lo strumento selezionato. Bisogna prenderci l’abitudine. Serviranno settimane di rodaggio per riuscire a padroneggiarla. Alcune applicazioni (esempio: Finder) ne permettono un uso più avanzato con un menù di personalizzazione dedicato nascosto tra le opzioni di “Vista”. Altre hanno gesture abbinate ai movimenti del touchpad (quindi con 2 mani) oppure approcci creativi in vero e proprio stile “2° display”.

Ad oggi è impossibile capire quali saranno gli sviluppi e le integrazioni delle terze parti. Verrà usata per liberare spazio sullo schermo principale o per aggiungere quei pulsanti/azioni che sarebbero scomodi o limitati con il semplice click? Considerando anche il trackpad Force Touch, si potranno fare movimenti a tre profondità o verranno fuori dei vincoli? L’approccio attuale è appariscente e pratico allo stesso modo, e bisognerà vedere se con il tempo si prenderà una o l’altra strada.

Parte del contenuto della TouchBar è gestito dal chip Apple T1 (un ARM), ma il rendering dei contenti è a carico della GPU di sistema quindi soggetto alla disponibilità di risorse; in condizioni critiche, potrebbe farla rallentare. Ci sono due processi in esecuzione. Il collegamento alla scheda madre sembra arrivare da un device USB 2.0 (l’indicazione è 480 Mb/s) chiamato iBridge collegato al BUS USB 3.0, e questo rende possibile pensare ad una variante esterna, magari montata su una tastiera wireless. Non ci sono altre informazioni tecniche, ma tutto il sistema non dovrebbe usare tecnologie chiuse e vincolanti; su Linux o Windows (con Boot Camp), la TouchBar mostra i tasti Funzione e non è personalizzabile.

Il SoC T1 è anche responsabile della memorizzazione e della protezione dell’impronta digitale del Touch ID, ed integra un ISP (un processore di immagine) probabilmente usato per evitare manomissioni alla videocamera Facetime 720p. Lo sblocco con Touch ID, il passaggio da un utente all’altro, l’inserimento delle credenziali dell’account Apple per acquisti nello store e su iTunes, è una delle praticità più evidenti. Si possono memorizzare più impronte ma la posizione del sensore rende difficile pensare ad un dito diverso dall’indice. L’integrazione su Macbook Pro di quest’anno conferma quanto questo sistema sia adatto all’uso su pc portatili. Difficile farne a meno.

Considerazioni finali

Per tutto il resto valgono le considerazioni pratiche e ideologiche fatte nella recensione al modello con tasti funzione, compresa la rimozione a tavolino del lettore di schede SD. Ok mettere in borsa una dock per avere USB comode se questo significa avere 4 Thunderbolt 3 per 2 display 4K o un modulo GPU esterno, più complicato trovare una ragione al resto. Nel complesso, Macbook Pro 13 con TouchBar è equilibrato, innovativo negli strumenti di input e con una base hardware matura al punto di sorprendere. È anche più lussuoso rispetto al passato, probabilmente più di nicchia, più una scelta voluta e meno un acquisto obbligato.

Parte da 2099 euro. Chi ha questo margine di acquisto dovrebbe prenderlo in considerazione e provarlo dal vivo, con la consapevolezza di vedere, poi, tutto il resto, come un compromesso.

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